Testimonianze

H.E.W.O. Hansenians’ Ethiopian Welfare Organization

In ogni Centro dell’H.E.W.O. i tre settori di operatività: sanitario, educativo, riabilitativo, non sono distinti e separati, ma momenti integrati dell’unico “progetto uomo”, accolto e amato nella sua integrità.

Le Comunità H.E.W.O. sono Comunità di persone libere, non agganciate né a grandi istituzioni né a governi, disposte a pagare il prezzo della propria libertà. Comunità nelle quali si vive giorno per giorno il miracolo della presenza di Dio, Padre unico degli uomini, i quali per questa radice unica si percepiscono e si trattano da fratelli. Da quel lontano novembre del 1969, il sogno iniziato in due con Carlo e Franca, allargatosi a tre con Francesco, a quattro con fratello Eligio, oggi continua come realtà condivisa concretamente, oltre che dai membri delle Comunità, dai primissimi fratelli francescani di Santa Rosalia di Cagliari, seguiti subito da quelli dell’HEWO – MODENA. E poi, e poi…in questi 40 anni altre persone e gruppi hanno condiviso con Carlo e Franca un pezzo più o meno lungo della vita dell’H.E.W.O. Sono tutte piccole entità, piccole cose in confronto alla molteplicità dei bisogni e alla complessità del “Progetto uomo dimenticato”, proprio dell’H.E.W.O. Ma, ognuna di esse ha dentro una grande idea e una grande forza: “farsi fratello”. Un uomo semplice, un manovale, papà di una bambina del “Centro dei diritti dei bambini <Gregorio Donato>” di Quihà, un giorno, durante un’assemblea, disse: “la fraternità non finisce mai”. E’ vero. La fraternità non è travolta dall’onda mutevole degli eventi e degli interessi personali. Essa è una fiaccola che si accende di mano in mano mentre le mani aumentano. E’ una sorgente di creatività positiva che non smette mai di sorprendere. La testimonianza di fraternità che salva, che si vive nell’H.E.W.O. e che non annulla contrasti e incomprensioni ma li trasforma in possibili incontri costruttivi, fa sperare veramente che un modo diverso di governare il mondo sia possibile. Chissà che dopo il fallimento storico del liberismo e dell’egualitarismo, propugnati dalla rivoluzione francese, non sia il caso di sperimentare, non solo nella vita di relazione spicciola di ogni giorno, ma anche a livello di politica delle nazioni, anche il principio della “fraternità”, magari congiunto a quelli della “parità” (l’uguaglianza è antistorica) e della “libertà”.

I nostri testimoni

CARLO E FRANCA TRAVAGLINO: DA QUARANT’ANNI TESTIMONI DI FRATERNITÀ
Liberamente tratto da “SAPIENZA DI UN PASTORE ANALFABETA”

Nel novembre del 1969 due coniugi napoletani, CARLO TRAVAGLINO e FRANCA PESCE, lasciati gli agi e le sicurezze della vita occidentale, si trasferirono dall’Italia in Etiopia, con il preciso proposito di vivere un sogno: la fratellanza tra uomini diversi e dimenticati.
Tale decisione non era motivata dal vago sentimentalismo di fare qualcosa di buono per i poveri africani. Nasceva da una convinta visione teologica della vita in cui Dio è Padre unico di tutti gli uomini e la Fede si fa ogni giorno storia di amore vissuto per i fratelli. Il sogno iniziò in mezzo ad un gruppo di 36 malati di lebbra, soprattutto ragazzi e giovani, rastrellati dalla polizia sulle rive del mare dove arrivavano per cercare un po’ sollievo al dolore causato dalla malattia e reclusi in un luogo enfaticamente denominato “Ostello di Massaua”: in realtà un campo di concentramento delimitato da un muro e da filo spinato, in una zona remota del deserto dancalo, non lontana dalle sponde del Mar Rosso, nell’area amministrativa di Massaua, allora cittadina etiopica.
Il contesto nel quale sopravvivevano i 36 reclusi era una realtà carica di laceranti problemi, di profonda angoscia e di tensioni causate dalla emarginazione e dalla mancanza assoluta di una vera assistenza alimentare, igienica e medica. Tutto, specialmente la dignità di uomo, era una parvenza e l’unica prospettiva di liberazione per i malati sembrava essere la morte.
Eppure, quel luogo di morte apparve a Carlo e Franca il più stimolante a suscitare la vita. Proprio lì, quindi, urgeva richiamare alla speranza uomini sofferenti, resi inerti e privati di ogni speranza dall’abbandono, dal disprezzo o, peggio ancora, dall’indifferenza di altri uomini. Il cammino si presentava irto, aspro per ogni tipo di difficoltà, ma doveroso e non impossibile.
I poveri, non come “meschini” da assistere, ma come persone che contano, insieme con le quali si possono sfidare in modo vincente le avversità del vivere quotidiano, costituirono, e costituiscono tuttora, la via maestra da seguire per i progetti di liberazione. La Fraternità fu la conseguente scelta “politica” come unica via possibile alla soluzione dei gravi problemi sanitari, culturali, riabilitativi pressanti sui dimenticati, reclusi nell’Ostello di Massaua.
Fraternità, non buonismo o tollerante pacca sulla spalla, ma impegno strenuo di volontà, coinvolgimento di cuori, superamento di divisioni, di differenze, di contrasti, lotta per il riconoscimento della dignità di uomo.
La definizione dei programmi, la elaborazione dei progetti, l’organizzazione delle metodologie e degli strumenti da usare dovevano partire dai bisogni dei poveri e dovevano essere risposta di giustizia al rispetto dei loro diritti fondamentali, stimolo di crescita del senso di responsabilità e di coscienza civica.

I primi obiettivi erano chiari, ben definiti:
– ricostruire o costruire la dignità di uomo, figlio di Dio;
– sviluppare la identità di persona in chi ne era stato ingiustamente defraudato solo perché malato e povero;
– coinvolgere le autorità governative e la comunità civile locale nel processo di liberazione da condizionamenti indegni e deprimenti ogni slancio di vita;
– reinserire gli “scartati” nella società come forza attiva, come risorsa umana capace di vivere sentimenti ed emozioni, di dare idee, di realizzare progresso per sé e per gli altri.

Fu abbandonato il mortificante metodo assistenziale e autoritario su cui si reggeva quella degradante struttura di ricovero per malati. Al suo posto fu adottato il metodo comunitario che responsabilizza nei doveri, genera parità di diritti, reciprocità nei rapporti e getta le basi per far fiorire la fratellanza.
I risultati positivi di tale cambiamento di rotta non si fecero attendere.
La Comunità dei malati e degli emarginati con Carlo, Franca, loro figlio Francesco e fratello Eligio iniziò il processo di autorealizzazione in un continuo interagire con la società in cui operava e opera tuttora portando cambiamenti nel settore della sanità, dell’educazione, del lavoro. Nel 1974 questi servizi di fraternità ebbero il riconoscimento giuridico dalle locali autorità governative.  Nasceva così l’H.E.W.O. ( Hansenians’ Ethiopian Welfare Organization ), una realtà giuridica che non ha termini di confronto, costituita da Comunità autogestite di persone semplici in difficoltà che lottano insieme per uscire dal disagio e dalla sofferenza. Da allora l’esperienza comunitaria di amore condiviso avviata a Massaua, pur tra le intricate e sofferte vicende storiche che hanno attraversato il Paese e coinvolto l’H.E.W.O., man mano si è allargata nello spazio con l’apertura di un Centro di riabilitazione psico-sociale nell’area di MAI HABAR, a circa 90 km. da Massaua e a 25 km. da Asmara, e si è estesa dai malati di lebbra e rispettivi familiari ai malati di TBC, HIV-AIDS; alle persone colpite da altre patologie infettive dermatologiche; a bambini di età prescolare e scolare, provenienti da situazioni di disagio; a ragazze non-vedenti povere; a chiunque sia nel bisogno e bussa alla porta dell’H.E.W.O. per essere aiutato a recuperare la propria dignità e a lottare contro tutto ciò che la minaccia. In Eritrea, alla fine della lunga guerra di 30 anni, combattuta per ottenere l’indipendenza dall’Etiopia, a causa di eventi legati alla stessa guerra, i servizi dell’H.E.W.O. sono stati concentrati nella Città di Asmara. Qui operavano un Centro di ricerca e di ricovero di emergenza per malati di lebbra, di TBC, di HIV-AIDS; una casa-accoglienza per giovani non-vedenti povere; un fiorente Centro di riabilitazione socio-educativo-lavorativo che comprende scuola di istruzione di base, dall’asilo fino alla scuola media; scuole di ceramica, di falegnameria, di taglio, cucito e ricamo; attività di agricoltura e di floricoltura. Oggi l’H.E.W.O., comunità di poveri e di ammalati, è stata rapinata dal Regime Eritreo di tutti i servizi con arroganza e illegalità senza il benché minimo rispetto dei diritti umani e civili fondamentali. Non per questo l’H.E.W.O. ha rinunciato ad essere segno di speranza per molti e continua a sostenere i diseredati con il progetto “HEWO SU STRADA“.
Nello Stato nazionale del Tigray nel Nord della Repubblica Federale Democratica di Etiopia, a QUIHA’, nella provincia di Makallè, l’H.E.W.O. risponde alla richiesta fondamentale dei malati poveri di essere presi in cura e alla richiesta di giustizia di bambini in disagio con un ospedale specializzato nella cura di malati di lebbra, TBC, HIV-AIDS e di altre patologie infettive, con un reparto di pediatria, con un reparto di chirurgia e con un “Centro dei diritti”, istituito per far conoscere e difendere i diritti disconosciuti, violati o minacciati dei bambini in età prescolare, provenienti da famiglie economicamente e culturalmente povere.
Completano questi servizi attività sociali lavorative per soddisfare i bisogni alimentari dei pazienti ricoverati e dei bambini che frequentano il Centro, quali un campo agricolo, un laboratorio per la conservazione della frutta e della verdura, una macchina per la produzione della pasta, un forno per la produzione del pane. È stato realizzato un laboratorio/scuola di maglieria per la formazione socio-professionale dei giovani e per la produzione di capi di abbigliamento, in cui ricavato è destinato al sostentamento della Comunità.
A GARBO’, un’area remota dello Stato Nazionale dell’Oromia, sempre nella Repubblica Federale di Etiopia, a circa 130 Km a sud di Addis Abeba, è operante un “Centro sanitario-socio-educativo”.
Qui i programmi sanitari di “medicina di base” coprono una popolazione numerosa, povera e tagliata fuori da ogni altro presidio sanitario.
Per i bambini in età prescolare è attivo un progetto di difesa dei diritti fondamentali dell’infanzia: diritto alla salute, ad una sana ed equilibrata alimentazione, all’educazione, al rispetto, al gioco.
Momento importante della presenza dell’H.E.W.O., in questa zona è l’impegno alla emancipazione delle donne, alla valorizzazione delle loro potenzialità umane come risorsa fondamentale per lo sviluppo di tutta la Comunità sociale.
Non meno importante è l’attenzione posta allo sviluppo delle attività agricole e, collegata ad esse, l’educazione a nuove abitudini alimentari più complete di fattori nutrienti.
È stata realizzata una stalla per garantire il latte ai bambini, un laboratorio per la conservazione dei prodotti agricoli ed è attualmente in fase di realizzazione un mulino e un forno per la produzione del pane.
In ogni Centro dell’H.E.W.O. i tre settori di operatività: sanitario, educativo, riabilitativo, non sono distinti e separati, ma momenti integrati dell’unico “progetto uomo”, accolto e amato nella sua integrità.
Particolarmente impegnativo e delicato, nell’H.E.W.O., è il processo riabilitativo perché coinvolge non solo la persona interessata, ma tutto il tessuto sociale nel quale debbono essere realizzati la riabilitazione e il reinserimento.
Gli interventi riabilitativi sono elaborati e condotti con la partecipazione attiva delle Comunità dell’H.E.W.O.
Essi non sono rivolti solo alla rieducazione motoria di meccanismi fisici o al solo apprendimento di un mestiere o al perfezionamento di una professione.
Vanno ben oltre.
Innanzitutto sono tesi a stimolare nei poveri, nei malati, negli emarginati la consapevolezza della propria dignità di uomo, non facile né comodo da riconoscere in un corpo deformato dalla malattia, in un volto sfigurato dalle lesioni o sotto i panni sporchi e laceri di un povero.
Dalla riconquistata stima di se stessi si passa a scoprire talenti, a sviluppare attitudini, a trovare in se stessi la risposta alle interpellanze della vita e a trasformare un male sociale, quali sono la disabilità fisica e la inadeguatezza del proprio ruolo, in una positiva risorsa di bene individuale e comunitario, in un servizio di fraternità.
Le Comunità H.E.W.O. sono Comunità di persone libere, non agganciate né a grandi istituzioni né a governi, disposte a pagare il prezzo della propria libertà.
Comunità nelle quali si vive giorno per giorno il miracolo della presenza di Dio, Padre unico degli uomini, i quali per questa radice unica si percepiscono e si trattano da fratelli.
Da quel lontano novembre del 1969, il sogno iniziato in due, allargatosi a tre con Francesco, a quattro con fratello Eligio, oggi continua come realtà condivisa concretamente, oltre che dai membri delle Comunità, dai primissimi fratelli francescani di Santa Rosalia di Cagliari, seguiti subito da quelli dell’HEWO – MODENA.
E poi, e poi…in questi 40 anni altre persone e gruppi hanno condiviso con Carlo e Franca un pezzo più o meno lungo della vita dell’H.E.W.O.
Sono tutte piccole entità, piccole cose in confronto alla molteplicità dei bisogni e alla complessità del “Progetto uomo dimenticato”, proprio dell’H.E.W.O.
Ma, ognuna di esse ha dentro una grande idea e una grande forza: “farsi fratello”.
Un uomo semplice, un manovale, papà di una bambina del “Centro dei diritti dei bambini <Gregorio Donato>” di Quihà, un giorno, durante un’assemblea, disse: “la fraternità non finisce mai”. E’ vero. La fraternità non è travolta dall’onda mutevole degli eventi e degli interessi personali. Essa è una fiaccola che si accende di mano in mano mentre le mani aumentano. E’ una sorgente di creatività positiva che non smette mai di sorprendere. La testimonianza di fraternità che salva, che si vive nell’H.E.W.O. e che non annulla contrasti e incomprensioni ma li trasforma in possibili incontri costruttivi, fa sperare veramente che un modo diverso di governare il mondo sia possibile.Chissà che dopo il fallimento storico del liberismo e dell’egualitarismo, propugnati dalla rivoluzione francese, non sia il caso di sperimentare, non solo nella vita di relazione spicciola di ogni giorno, ma anche a livello di politica delle nazioni, anche il principio della “fraternità”, magari congiunto a quelli della “parità” (l’uguaglianza è antistorica) e della “libertà”.
E’ utopia? Spesso l’utopia è il motore che dà senso e direzione alla storia.

Perché partire? In fondo non conoscevo quasi nulla dell’Africa, se non le poche nozioni geografiche che si studiano a scuola; Io non sono medico, né dentista, né infermiera, né ingegnere. Non avrei medicato ferite , né curato carie, probabilmente nemmeno costruito case o riparato tetti. Sapevo di partire con l’amarezza nel cuore per quelli che restavano e si preoccupavano per me e con la presunzione che avrei potuto insegnare qualcosa. Ma mi sbagliavo!! Ogni angolo o strada, ogni casa fatta di fango e paglia, ogni volto , ogni uomo, donna o bambino che incontravo , ogni corpo stremato dalla sopravvivenza quotidiana o vittima di una malattia , facevano crescere in me il senso di colpa, e l’ostinazione di pensare ad un modo per cambiare il loro destino. Eppure , non essendo la prima volta , avrei dovuto ricordare che in realtà avevo solo molto da imparare. Raccontare della mia esperienza sarebbe quindi inutile anche perché mi guardavo intorno continuamente cercando risposte e spiegazioni a tanta povertà che agli occhi del resto del mondo sta diventando sempre più accettabile per il semplice fatto che a farne le spese non siamo noi.
Mi sono trovata ogni giorno a ricevere ringraziamenti , cordiali strette di mano, abbracci dai pazienti dell’ospedale; ogni giorno sono stata invitata a sedermi sulle panchine insieme a loro e ritrovarmi così a vederli dimenticare per un attimo la loro sofferenza e sorridere con benevolenza facendo l’unica cosa che mi veniva meglio : giocare a dama e perdere la partita.
Ho visto bambini dell’asilo litigare per attirare la nostra attenzione, per un palloncino o una caramella; per una carezza abbiamo ricevuto montagne di baci inaspettati; per uno sguardo attento e premuroso invece milioni di sorrisi bellissimi.
Ma ogni giorno portava con se nuovi interrogativi , gli stessi poi che mi sono portata a casa: di cosa era più giusto preoccuparmi? Dei malati , dei bambini, del pane o dei medicinali? Di organizzare giochi, intonare canzoni, disegnare sulla terra? Raccogliere soldi, matite, colori, vestiti o giochi? Già la possibilità di frequentare l’asilo rappresenta davvero per loro la speranza di un futuro migliore , diverso da quello dei loro genitori logorati dalla fame eppure tanti, troppi bambini, sono ancora fuori aggrappati ai cancelli che aspettano di mangiare.
Come ogni volta si ritorna a casa, alle nostre abitudini per vivere la nostra quotidianità fatta di piccole grandi fortune date troppo spesso per scontate, al mio primo pensiero appena sveglia: “arriverò tardi”!
Ritornare ogni volta , con una sola grande certezza :di essermi fermata , anche solo per un po’ a vivere per gli altri, di essermi presa in prestito un po’ della loro miseria per ritornare ancora una volta sicuramente molto più ricca di così; di aver abbandonato per un attimo la mia precedente presunzione di voler capire , di voler cambiare per restare ferma ad osservare e lasciare che fossero i loro occhi a giustificare noi di tutte le cose, le ricchezze e il benessere che otteniamo senza preoccuparcene troppo.
Dov’è ognuno di noi adesso? Dove siete mentre state leggendo questo? In quale centimetro di terra, bosco, strada , mare ,in quale ufficio, in quale caffè, macchina, a quale finestra o stretto a quale abbraccio, tram , sedia , letto , tra quali pensieri , lacrime, luci e ombre? Non sarebbe meraviglioso pensare che anche se ognuno è altrove , possiamo sentirci tutti insieme vicini legati da un unico obiettivo comune? Continuare a sostenere questo progetto per aiutare i tanti ovunque nel mondo ..con piccoli gesti , come gocce che bagnano una terra ancora troppo arida.

Sara

X